Era un fenomeno che aveva notato sin da piccolo, quando pieno di lamentele inespresse era costretto ad aiutare il padre nell’operazione di pittura della sua camera, invece di scorrazzare in bici con i suoi amici per le vie del quartiere come avrebbe voluto. Mai che succedesse che in quel giorno la sua combriccola non avesse niente da fare; mai: di solito era quella la giornata in cui si organizzavano i tornei più strambi e divertenti, le esplorazioni più ardite nelle borgate circostanti. Magari ci scappava anche qualche inseguimento sui marciapiedi tra gruppi rivali o ritrovamento di vecchi giornali distrutti dalla pioggia.
Spostare tutti quei mobili e ripiani stracolmi di libri per ragazzi sfogliati negli anni giusto per saggiare la consistenza delle pagine, insieme a vecchi numeri di riviste e fumetti impressionati invece a fuoco nella propria memoria con i propri eroi infantili ingialliti.
Perché non chiamare anche loro l'imbianchino come tutti? Perché, perché, perché, perché… il padre lo zittiva adducendo il solito motivo economico: una delle costanti sparse nella sua vita.
Ma in quei momenti, quando si ritrovava a litigare con strati di cellophane sporchi che non volevano saperne di rimanere a terra fluttuando sul pavimento come gigantesche bolle capricciose, se ne rendeva conto: della bizzarria acustica che si celava dietro, o sopra, o sotto, comunque da qualche parte di quelle pareti spoglie. Forse per il particolare materiale utilizzato a suo tempo come intonaco, forse per la non perfetta angolarità delle stesse – ma in fondo chissenefregava del vero motivo? – qualunque fosse la causa, finiva per sussurrare estasiato il proprio nome, sentendoselo poi dilatato e riproposto anagrammato dalle anomale proprietà acustiche di quella stanza; niente di che a ben vedere, semplicemente quattro mura ampie e ben disposte, e qualcos’altro di imperscrutabile e fantastico.
Poi arrivava il padre con tutto il necessario per dipingere, la scala, i secchi, i rulli, i suoi urli, e rovinava tutto quell'equilibrio di suoni così magico.
Stava ricostruendo nella sua mente quelle sensazioni, cercando di sconfiggere il freddo, raggomitolandosi sfatto in un angolo della stessa stanza ora buia e vuota, il cantuccio a cui non più di dieci anni fa guardava spensierato con quel cesto stracolmo di giochi che da solo bastava a riempire quella stanza.
Non era stato facile sentirla per telefono, non lo era mai stato, perché a lui veniva difficile parlare a un aggeggio plasticoso: tutte le pause, l'ansia per le variazioni di tono mai notate prima, la voce che ogni volta sembrava camuffata per l'occasione; avvertirla a ogni modo distante. Non era stato facile sentirsi dire all'improvviso per telefono che lei non lo amava più, che esisteva un altro, che con quest'altro tutto era stato perfetto sin dal primo istante e aveva persino scoperto già tutto quello che era possibile scoprire. E tutto da un giorno all'altro. D'accordo, era giovane, così i suoi amici gli avevano detto, presto avrebbe conosciuto un’altra ragazza che avrebbe svolto la funzione di medicina ideale per lenire il dolore di quell’abbandono, proprio così gli avevano ripetuto sempre gli stessi amici, alla fine il tempo lava via ogni sofferenza o rimpianto, questo da parte di sua madre, è la vita e bisogna viverla, e questo era stato suo padre; mavaffanculo lo stesso.
Perciò non era rientrato a casa dopo averla chiamata dalla cabina per l’ultima volta, la nuova casa. Era andato in quella vecchia ormai vuota, impolverata e sfitta. Talmente abbandonata da avere la serratura della porta difettosa ancora come l'aveva lasciata la sua famiglia. Ma che cosa l'aveva rivoluta a fare quello stronzo di padrone di casa? Per lasciarla ancora in quello stato? La corrente elettrica era staccata, ma non aveva bisogno di luce per muoversi in quell’appartamento: navigò nel buio di quei locali impresso nei suoi sensi sino ad arrivare a quello che era sempre stato il suo rifugio preferito.
Odiava in quel momento quello stronzo che aveva rivoluto indietro l’appartamento; per darlo a quella figlia che si illudeva potesse sposarsi a breve, ma che invece, dando retta perlomeno alla voci di paese - che saranno anche di paese ma erano precise e dettagliate come poche altre - non sembrava avere nessuna intenzione di legarsi con un uomo solo preferendo distribuire il proprio amore a una folta schiera di amanti più o meno noti.
Era stato troppo per lui, l'amava ancora, anche in quel momento, in quell’oscurità ricercata che sperava potesse farlo uscire dalla fisicità limitante in cui si sentiva prigioniero, in quella posizione fetale, anche sapendo quello che gli aveva fatto, quello che aveva fatto non con lui, l'amava ancora. E si stava chiedendo, con sorpresa e un senso d'impotenza, quanto avrebbe continuato ad amarla ancora nonostante tutto. Quanto avrebbe resistito prima di telefonarle fregandosene di qualsiasi forma d'orgoglio o dignità, inventandosi un motivo magari poco credibile, pur di sentire ancora la sua voce, fosse vero in un attimo di disattenzione ancora serena.
Scosse la testa quasi a negare la realtà, non era completamente cosciente, non lo voleva nemmeno, buona parte dei suoi equilibri fisiologici erano andati completamente. Si sentiva praticamente come se avesse un unico solo grande senso, un tatto-gusto-udito-vista con cui avrebbe potuto gustare i sapori tastando i cibi con le dita, o vedere il mondo con l’udito, come se tutti i sensi si fossero uniti in qualche modo per cercare di sopravvivere.
Si schiarì la voce, così, tanto per sentirsi ancora lì. E gli sembrò ancora di parlare con qualcuno; ancora, una scheggia di suono dilatato che rimbalzava svogliata fra quelle pareti, ogni rimbalzo sempre più debole sino a mescolarsi in se stessa, cambiando significato ma sempre rimanendo comprensibile, quasi un mutare il senso galleggiando verso il silenzio. Sorrise di fronte al ricordo ancora vivo di quel fenomeno.
Scosse nuovamente la testa tentando di infilare la testa tra le gambe raggomitolate, e si sentì di dirlo:
- Ti amo… tanto.
E di nuovo udì che quel qualcuno gli rispose, la stessa persona di qualche anno prima, posizionata nel solito punto, e anche questa volta si divertiva a giocare con quello che aveva appena pronunciato, riproponendolo ogni volta leggermente diverso nel senso e nelle parole.
- ….amato notti….
- ….ama ti….
- ….tama….
Riprovò un po’ più forte.
- ….amato notti….
- ….ama ti….
-….amato notti….
-…. matita noto….
Ci provò ancora, fissando rapito il buio davanti a lui, tentando persino di immaginare il volto ideale di quella sua interlocutrice, sì perché aveva deciso che fosse una lei, con un tono di voce questa volta più alto, più convinto di quelle parole, cercando di dare forza a quell’espressione.
- Ti amo…tanto….
-….amanti otto….
-….amato notti….
-…. matita noto….
-….mattatoi no….
-….minata otto….
-….mio nottata
-….mio ottanta….
-….nata ottimo….
-....ti amo...mo….
Si alzò di scatto da quella posizione, ormai convinto di avere a che fare con qualcuno nascosto in un angolo invisibile di quella stanza; rimase in silenzio per una quantità di tempo difficilmente quantificabile, con gli occhi spalancati e i sensi ritornati vivi e distinti; il senso dell’ultima frase a galleggiare nelle sue orecchie come una trasmissione radio disturbata.
Non fece nulla di particolare, non c'era proprio nulla da fare;si diresse verso il debole alone di luce della porta socchiusa continuando a fissare lo stesso punto nel buio. Aprì leggermente le labbra.
- Ciao.
Sentì il peso dell'aria in quella parola.
...amati tonto…